Blade Runner ed il pegno non possessorio

Intersezioni
I destini incrociati di scienza, arte e diritto | November.16.2021

English: Blade Runner and the Non-Possessory Pledge

Nexus 6 è un androide. È più intelligente, più forte e più veloce di qualsiasi umano.
Almeno nella versione cinematografica, della quale si lamentò Philip Dick.

La trasposizione nella settima arte, spiegò il geniale scrittore, invertiva la logica del suo romanzo (Do Androids Dream of Electric Sheep) facendo passare una “simulation of an authentic human, to someone who is literally superior to an authentic human”. Philip K. Dick aveva infatti immaginato i replicanti come “defective personalities”, umani con difetti emotivi, con un implicito riferimento agli orrori della seconda guerra mondiale. Soprattutto quelli nazisti che il geniale autore di Chicago studió approfonditamente e dai quali scaturì infatti il distopico e brillante “The man in the high castle”.

Quello che ha incuriosito chi scrive è il nome dato ai replicanti: “nexus” un lemma latino, riferito anche ad un antichissima forma di garanzia.

Da quando è nato il prestito, ogni creditore ha avuto l’ossessione di essere garantito. Nel più antico diritto romano uomini liberi potevano persino divenire schiavi dei propri creditori in caso di inadempimento alle proprie obbligazioni. I debitori potevano volontariamente garantire con se stessi – inteso, col proprio lavoro – il ripagamento del debito contratto, tramite l’istituto del nexum, divendo così nexus: quando il valore del lavoro svolto fosse equivalso ad debito non pagato, il nexus sarebbe tornato ad essere una persona libera. Tale forma di garanzia venne successivamente vietata e solo i beni poterono costituire oggetto di soddisfazione del credito.      

Chi scrive non ha trovato prova che l’immaginifico autore statunitense conoscesse quella nomenclatura e ne abbia conseguente denominato i propri androidi, benché ne sia nota l’insaziabile curiosità intellettuale, anche per le culture dell’antica Grecia e dell’antica Roma 

La volontà di tutelare il creditore non si è mai esaurita però, ed è ricorrente in tutte le giurisdizioni. Il nostro legislatore ne ha da poco fornito un esempio completando il lungo percorso che inserisce nel nostro ordinamento il “pegno non possessorio”.

Il nuovo istituto intende mediare tra l’esigenza di tutela verso chi presta denaro con quella del debitore di mantere la disponibilità dei beni per continuarne la lavorazione. Sembrerebbe una notevole invenzione legata al capitalismo contemporaneo. Invece no.

Il diritto romano aveva anticipato la modernità, elaborando il pignus conventum (pegno convenzionale) esattamente con la medesima funzione: consentire al debitore di continuare ad utilizzare i beni. All’apparenza una estemporanea intuizione senza seguito, la cui fortuna storica è invece stata enorme se si riflette sulla circostanza che la tutela giurisdizionale di questo tipo di pegno aveva un nome che suonerà straordinariamente familiare: hypothecaria.

Il legislatore tuttavia non ha affatto l’obbligo di essere originale, ma di dare ordine, certezze, creando istituti efficienti.

Ed è in questo che il pegno possessorio è manchevole.

Il pegno non possessorio può avere ad oggetto ogni bene mobile, anche immateriale, presente o futuro. Sono esclusi solamente i beni mobili registrati.

E’ dunque pensato come un istituto generale (perché allora non inserirlo nel codice civile?), rendendolo quindi utile per la sua universalità.

Il pegno non possessorio però coesisterà con altri pegni e privilegi speciali già esistenti su beni mobili non registrati, suscitando certamente l’interesse negli studiosi del diritto, ma anche la perplessità in chi lo applica nel quotidiano.

Con un interessante percorso gastronomico il nostro legislatore aveva approvato un pegno non possessorio sulle cosce di prosciutto e successivamente sui formaggi.

Tra i due ha emanato il testo unico bancario nel quale ha inserito una ulteriore forma di garanzia non possessoria: il privilegio speciale su beni mobili, salvo quelli non registrati. Vero è che il pegno non possessorio può essere concesso in favore di chiunque, mentre il privilegio speciale del testo unico bancario è nato per tutelare i soli istituti di credito. È stato però poi esteso alle obbligazioni ed titoli di debito, in tal modo esaurendo i soggetti che possono (lecitamente) finanziare un’impresa e che possono quindi riceverne garanzie.

Il testo unico bancario contiene inoltre un altro privilegio, quello per il credito agrario e peschereccio. Si tratta di un’ulteriore garanzia senza spossessamento, non fresca come i prodotti sui quali grava. L’originale era infatti in un regio decreto del quale non vale la pena menzionare la data di emanazione, essendo desumibile riportandone semplicemente la seguente formulazione: “il croce segno del debitore, che dichiari di non sapere scrivere […], è sufficiente per tutti gli effetti di legge”. 

Dalla disciplina del pegno non possessorio emerge inoltre una sovrapposizione con le garanzie reali su marchi ed altre proprietà industriali previste dall’apposito codice (ma cosa si intende allora per “beni non registati”?). Un’ulteriore accavallamento è sulle azioni e quote di società: eppure hanno una storicizzata, efficiente disciplina di pegno.

Insomma nel romanzo delle garanzie non possessorie appiano troppi personaggi che cercano di essere protagonisti.

Il pegno non possessorio ha inoltre una voluta, congenita incertezza. La sua caratteristica è di poter gravare su beni presenti e futuri, individuati in modo anche molto generico (ad esempio, categorie merceologiche). Se fosse applicato senza eccezioni, un unico pegno non possessorio potrebbe coprire tutti i beni presenti e futuri di un’impresa, con l’effetto di impedire ad ogni altro futuro credito di prendere garanzie. Per questo motivo il pegno non possessorio lascia prevalere ogni garanzia costituita anche successivamente, purché su beni specifici. 

Era sentita l’esigenza del nuovo istituto?

Il lasso di tempo trascorso tra il decreto legge che lo ha previsto e l’emanazione del regolamento attuativo è stata di cinque anni. Meno della vita media di un Nexus 6 e, teme chi scrive, molto più noiosa.